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PostHeaderIcon Traumi Muscolari

 

FONTE:

DR. GIANNI NANNI
Isokinetic Centro di Riabilitazione per lo Sport, Bologna - Medico Sociale Bologna FC. 1909

 

CLASSIFICAZIONI DELLE LESIONI MUSCOLARI

 

Non è compito facile pervenire ad una classificazione univoca delle lesioni muscolari, poiché diversi sono i criteri
che possono essere presi in considerazione. È tuttavia opportuno precisare che non saranno prese in considerazione
le lesioni muscolari conseguenti a ferite da taglio, punta, punta e taglio, fendente o arma da fuoco, anche se molto
importanti per il medico legale. Parimenti, non verranno descritte le avulsioni, né le ernie muscolari e neppure
le patologie tendinee, ma ci limiteremo a trattare esclusivamente le contusioni muscolari e le altre lesioni muscolari
che sono di più frequente riscontro nella pratica sportiva. Un primo elemento da considerare nelle classificazioni
è rappresentato dalla natura diretta o indiretta del trauma (Craig, 1973).
In tal senso si possono distinguere (Tabella 1):

a) lesioni muscolari da trauma diretto, che secondo l'interpretazione classica, implicano l'esistenza di una forza
agente direttamente dall'esterno.

b) Lesioni muscolari da trauma indiretto, che presuppongono l'azione di meccanismi più complessi, e chiamano
in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell'ambito del muscolo stesso o dell'apparato locomotore.

Riguardo la diversa localizzazione delle lesioni muscolari, che abbiamo definito dirette ed indirette, si deve
precisare che, pur nella varietà delle sedi muscolari interessate, l'azione contusiva si esplica, di fatto, preferibilmente
sulle masse carnose dei muscoli. Per contro, nelle modalità traumatiche indirette, la vis lesiva si estrinseca più
spesso in prossimità della giunzione muscolo-tendinea, pur essendo possibili anche localizzazioni a livello del
ventre muscolare. In ogni caso, la conseguenza anatomo-patologica dei traumi muscolari, tranne che per la
contrattura e lo stiramento, è rappresentata sempre da un danno anatomico della fibra muscolare, con frequente
coinvolgimento della parte connettivale ed eventualmente tendinea e delle strutture vascolari. La diversità delle
espressioni anatomo-patologiche e cliniche è data, quindi, dall'entità del danno strutturale prodotto dal trauma.


Tabella 1. Classificazione delle lesioni muscolari.
Lesioni da trauma diretto (contusione)
- grado lieve
- grado moderato
- grado severo
Lesioni da trauma indiretto
- contrattura
- stiramento
- strappo
- strappo di primo grado
- strappo di secondo grado
- strappo di terzo grado (rottura parziale o totale)

1. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO
Le lesioni muscolari da trauma diretto sono di natura contusiva. Spesso queste lesioni sono considerate come
condizioni patologiche di secondaria importanza, destinate a guarire in tempi brevi, senza lasciare reliquati.
Tuttavia dal punto di vista anatomo-patologico, la rottura muscolare prodotta da tali traumi non differisce
sostanzialmente da una lesione muscolare dovuta ad altro meccanismo. Poiché, dal punto di vista ftinzionale, lo
stato di contrazione muscolare conseguente al trauma provoca una limitazione dell'escursione articolare, dovuta
ad una ridotta estensibilità muscolare, in accordo con Reid (1992), classifichiamo le lesioni muscolari da trauma
diretto, in tre gradi, secondo la gravità, indirettamente indicata dall'arco di movimento effettuabile:
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.

2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO
Vi è una certa confusione nella classificazione delle lesioni muscolari da trauma indiretto, soprattutto a causa dei
diversi termini utilizzati dai vari autori anche come sinonimi. Si parla, infatti, di: contrattura, elongazione,
stiramento, distrazione, strappo, rottura, lacerazione. Tali termini si riferiscono, in ogni caso a gradi diversi di
gravità, identificabili dalle diverse manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche della lesione. Qui di seguito
illustreremo per sommi capi due delle classificazioni più significative, che ci serviranno come spunto per proporre
una classificazione che presenti una sua immediata facilità di comprensione ed applicabilità pratica. La suddivisione
in tre livelli di gravità delle lesioni muscolari è proposta dall'American Medical Association (Craig, 1973), secondo
la quale una lesione di primo grado è dovuta allo stiramento dell'unità muscolo-tendinea che provoca la rottura
di solo alcune fibre muscolari o tendinee; la lesione di secondo grado è più severa della precedente, ma non vi è
interruzione completa dell'unità muscolo-tendinea; infine la lesione di terzo grado si configura come una rottura
completa dell'unità muscolo-tendinea. Reid (1992) suddivide le lesioni muscolari in tre tipi come illustrato nella

Tabella 2.
Tabella 2. Classificazione delle lesioni muscolari, secondo Reid, 1992.
1. lesione muscolare da esercizio fisico (dolore muscolare ritardato)
2. strappo, di cui riconosce tre gradi (1,11,111):
I^ grado (lieve):
- danno strutturale minimo;
- piccola emorragia;
- guarigione in tempi brevi.
II^ grado (moderato):
- entità del danno variabile;
- rottura parziale;
- significativa perdita funzionale precoce.
III^ grado (severo):
- rottura completa;
- occorre aspirare l'ematoma;
- può essere necessario l'intervento chirurgico 3. contusione (lieve - moderata - severa)
Muller-Wolfart (1992), distingue diversi gradi di lesione, a seconda dell'unità strutturale interessata: 1) stiramento
muscolare, 2) strappo delle fibra muscolare, 3) strappo del fascio muscolare, 4) strappo muscolare. Secondo questo
Autore, la differenza fra stiramento e strappo sarebbe di tipo qualitativo e non quantitativo; in pratica, nello
stiramento non c'è mai rottura, anche se piccola, di fibre muscolari. Come si può notare, nelle proposte di
classificazione che abbiamo citato a puro titolo esemplificativo, gli elementi differenziali sono costituiti da
alterazioni anatomo-patologiche ben definite. Le terminologie utilizzate hanno per lo più significati analoghi, e
in tutte le classificazioni, vengono definiti gradi crescenti di gravità delle lesioni. Desideriamo a questo punto
proporre una classificazione che ha la pretesa di essere chiara, pratica e semplice, e che al tempo stesso, tenga
conto dei vari contributi presenti in letteratura, oltre che dell'esperienza personale. La classificazione da noi
proposta distingue i traumi muscolari che originano da un meccanismo indiretto, in cinque livelli di gravità che
vengono definiti: 1) contrattura, 2) stiramento e 3) strappo di primo, secondo e terzo grado. I criteri adottati per
distinguere i cinque livelli di gravità sono contemporaneamente di ordine anamnestico, sintomatologico ed anatomo-patologico.

1. Contrattura. Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall'attività sportiva, con
una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato, dovuto ad un'alterazione diffusa del
tono muscolare (criteri anainnestico e sintomatologico), imputabile ad uno stato di affaticamento del muscolo,
in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo
patologico).

2. Stiramento. È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l'attività sportiva, il più delle
volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l'attività, pur non comportando necessariamente
un'impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e
sintomatologico). Poiché dal punto di vista anatomo-patologico non sono presenti lacerazioni macroscopiche delle
fibre, il disturbo può essere attribuito ad un'alterazione funzionale delle miofibrille, ad un'alterazione della
conduzione neuro-muscolare oppure a lesioni sub microscopiche a livello del sarcomero. La conseguenza sul
piano clinico èrappresentata dall'ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.

3. Strappo. Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l'attività sportiva (criteri anamnestico
e sintomatologico comuni a tutti gli strappi), attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari.
Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico (criterio anatomo-patologico comune),
più o meno evidente a seconda dell'entità e della localizzazione della lesione e dall'integrità o meno delle fasce
La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e
comprende:
strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all'interno di un fascio muscolare, ma non dell'intero fascio;
strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione
anatomica del muscolo in quel punto;
strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo
in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo)
o totale (lacerazione dell'intero ventre muscolare).

È importante sottolineare che, sul piano clinico, il confine tra stiramento e strappo muscolare di I grado è molto
sfumato, specialmente in fase precoce, quando un eventuale stravaso ematico può non risultare ancora evidente.
In tal caso, come si vedrà in seguito, la diagnosi deve fondarsi, oltre che sulle caratteristiche cliniche della lesione
anche sulle risultanze dell'indagine ecografica, eseguita dopo 48-72 ore dal momento del trauma. È altresì importante
sottolineare che la distinzione in tre gradi di gravità degli strappi muscolari non può essere che arbitraria, data la
difficoltà pratica di quantizzare l'entità della lesione. Per semplicità abbiamo scelto di utilizzare solo tre gradi di
gravità, ed il criterio da noi adottato in questa circostanza, può essere definito come anatomo-patologico-funzionale.
Infatti, l'entità dello strappo di primo grado può essere facilmente apprezzata mediante l'ecografia, così come la
rottura muscolare completa risulta facilmente identificabile. I problemi sorgono quando è necessario stabilire la
gravità di una lesione "intermedia" che coinvolge più di un solo fascio muscolare, ma meno dell'intero muscolo.
In questo caso proponiamo di adottare un criterio definito anatomo-patologico-funzionale, che identifica lo strappo
di secondo grado, come una lesione che coinvolge più di un solo fascio muscolare ma meno dei 3/4 dell'intera
superficie di sezione anatomica del muscolo. Ciò significa che, nonostante la lesione, una buona parte del muscolo
è ancora integra, il deficit funzionale è presente, ma non assoluto, ed il processo di guarigione può avvenire
nell'ambito di un tessuto la cui funzionalità non è completamente compromessa. D'altra parte, quando il danno
anatomico coinvolge approssimativamente più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo, la lesione
èsicuramente imponente, il deficit funzionale è praticamente assoluto ed il processo di guarigione si deve instaurare
nell'ambito di un tessuto la cui funzionalità è da considerarsi completamente compromessa. È interessante notare
a questo proposito che è stato dimostrato che quando la lesione muscolare si estende per più del 50% della
superficie di sezione anatomica, la riparazione avviene in non meno di 5 settimane (Pomeranz, 1993). È chiaro
che l'entità della lesione, cioè la distinzione tra strappo di primo, secondo o terzo grado, può essere stabilita con
buona approssimazione, solo grazie all'indagine ecografica.

 




 

L’articolazione della spalla


è struttura anatomica il cui scheletro, composto da omero

scapola e clavicola, si raccorda in due articolazioni fondamentali: la gleno-omerale e

l'acromion-claveare.


L'articolazione gleno-omerale possiede la particolarità di lavorare sospesa nel vuoto ed è

costituita dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della

scapola, detta glena consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello

spazio.


L'articolazione acromion-claveare è formata dall’estremità della clavicola e da una parte

della scapola chiamata acromion; le due ossa si affrontano mantenendo il reciproco

rapporto mediante una spessa capsula e robusti legamenti tesi fra di loro


Queste articolazioni, racchiuse da capsule fibrose, sono stabilizzate da un apparato

legamentoso e muscolare assai complesso che garantisce alla spalla un ampio raggio di movimento nello spazio ed una potente e sicura leva articolare.


Il complesso muscolare, che consente la rotazione del braccio e la sua elevazione, è indicata come cuffia dei rotatori, cui è sinergico il muscolo deltoide


Le lesioni possono essere di due tipi:

da sovraccarico funzionale


(sollecitazione articolare abnorme e/o eccessivamente ripetuta) reumatiche (cadute o colpi diretti);


lesione della cuffia dei rotatori.


L’origine dei disturbi alla cuffia, oltre ad una causa traumatica violenta, può nascere da un'irritazione

dei tendini dovuta all’iperfunzionalità cui segue una fase di infiammazione, edema ed iperemia

tissutale (aumento della vascolarizzazione nei tessuti articolari). Perdurando lo stimolo irritativo, quindi

aumentando l’edema, si restringe lo spazio articolare causando un conflitto tra il tendine e la parete

ossea sovrastante durante il movimento; ciò perpetua la sofferenza del tendine facendolo degenerare

sino alla rottura, parziale o completa.


In tale caso si indicherà il danno come "lesione della cuffia dei rotatori" cui conseguiranno lesioni della

cartilagine articolare dell’omero e talora dell’osso sottostante. Spesso l’alterazione articolare

conseguente alla lesione della cuffia produce l’irritazione del capo lungo del bicipite brachiale e della

guaina che l’avvolge nel tratto in cui scorrono sulla testa omerale; l’infiammazione che ne origina

viene definita tenosinovite.


Sintomi


Il dolore alla regione antero laterale di spalla che aumenta con l’attività sportiva e regredisce con il

riposo è l’unico sintomo; con il passare del tempo, il dolore diviene continuo disturbando anche il

riposo notturno.


Diagnosi


La diagnosi è basata su un’accurata visita confortata da successivi esami quali ecografie/RMN.


Trattamento
Il trattamento è guidato dall’estensione e profondità della lesione. Infatti, dal semplice riposo

articolare associato a terapia fisica e farmacologia si può arrivare all’indicazione chirurgica per i casi

in cui vi siano lesioni della cuffia che non abbiano risposto alla fisiokinesiterapia ed alla terapia

farmacologia o che siano di tale entità da essere riparabili solo chirurgicamente.

Lesioni dell'articolazione acromion-claveare


Un urto diretto alla faccia laterale della spalla, o per caduta o per investimento da parte di un

avversario sportivo, è solitamente il meccanismo che produce un danno la cui estensione e profondità

possono giungere, attraverso lo stadio di stiramento e parziale lacerazione, sino alla completa rottura

della capsula e di tutto il complesso legamentoso dando così origine ad una lussazione acromion-

claveare

Sintomi


Il dolore all’apice della spalla, di tale intensità da impedire ogni movimento, è il sintomo principale

delle lesioni di quest'articolazione; in caso di franca lussazione dell’acromion-claveare si noterà una

deformità alla spalla legata allo spostamento della clavicola verso l’alto, rispetto all’acromion.


Diagnosi


La diagnosi, oltre che sull’evidenza clinica, si pone con esame radiografico standard e sotto stress

dinamico che dimostrerà l’allontanamento dei capi articolari per la lacerazione legamentosa.

Trattamento


La lussazione acromion-claveare viene curata chirurgicamente, riservando l’uso di tutori e successiva

fisiocinesiterapia per le lesioni di grado minore.


Lesioni dell'articolazione gleno-omerale


Quest’articolazione, che possiede la partico
larità di lavorare sospesa nel vuoto, è costituita

dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della scapola, detta glena

consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello spazio.

Oltre alla capsula articolare, ad una struttura di contenimento appoggiata al bordo glenoideo

scapolare, detta cercine, ed ai legamenti la stabilità articolare è affidata ad un complesso di muscoli

che sovrapponendosi in vari strati mantengono "centrata" la testa omerale sulla glena scapolare

durante il movimento.


Come per l’acromion claveare una sollecitazione del braccio, durante uno sforzo od un contrasto,

provoca una lesione delle struttura capsulare, legamentosa e muscolare che può condurre alla

lussazione dell’omero, ovvero alla perdita del fisiologico contatto tra omero e scapola.


A differenza dell’acromion claveare, la cui lussazione avviene in un solo piano dello spazio, la

lussazione omerale, grazie all’ampiezza dell’arco di movimento, può prodursi in diversi piani

(anteriore, posteriore, ascellare…). In realtà nello sportivo il 95% delle lussazioni gleno omerali è

anteriore e si produce per un trauma prodotto mentre il braccio è alzato ed extrarotato

Lussazione scapolo-omerale anteriore


L’aspetto clinico è caratteristico per la deformità che si evidenzia alla spalla lussata, oltre che per

l’atteggiamento obbligato Diagnosi


La diagnosi si pone con esame radiografico.


Trattamento


Le manovre per la riduzione della lussazione, ovvero per riportare l’articolazione alla normalità,

devono essere eseguite da personale medico esperto. Infatti, sia la lesione in sé, come le manovre di

riduzione, se non ben condotte, per la particolare anatomia della regione, possono causare lesioni

assai serie ai nervi e ai vasi con lesioni permanenti alla spalla.


Dopo la riduzione della lussazione è necessario un periodo di immobilizzazione di quattro settimane

per consentire la cicatrizzazione della lesione, seguita da fisiocinesiterapia per il recupero articolare


Recidive


Talora, in seguito ad un episodio di lussazione, si verificano con frequenza e per movimenti banali

ripetuti casi di lussazione gleno-omerale dovuti alla lassità dei tessuti coinvolti nel primo episodio di

lussazione; in tale caso si definirà la lussazione di spalla come "abituale o recidivante" e l’unica terapia

che potrà essere efficace è quella chirurgica.


La spalla, come dicevo, è un insieme d'articolazioni che conferiscono al braccio la più ampia mobilità

articolare dell'apparato locomotore.


Se pensiamo alle spalle, dobbiamo avere presente gli elementi ossei che le compongono:


OMERO


SCAPOLA


CLAVICOLA


STERNO

Anche se impropriamente, aggiungerei RACHIDE.

Il DELTOIDE si divide in tre fasci:


DELTOIDE ANTERIORE


DELTOIDE LATERALE


DELTOIDE POSTERIORE

Il fascio anteriore rappresenta lo spicchio frontale. S'inserisce superiormente al primo terzo

prossimale della clavicola e inferiormente all'omero (osso del braccio).

ALLENAMENTO:


Abduce (allontana) l'omero dal tronco frontalmente fino a 110°


Sconsiglio alle ragazze di allenare in modo esclusivo questo distretto muscolare per due motivi:


Non è esteticamente bello per una ragazza presentare un rigonfiamento anteriore in posizione superiore e laterale rispetto il seno.


E' un distretto muscolare che è stimolato sempre con l'allenamento dei muscoli pettorali; è sufficiente la stimolazione accessoria.


Il fascio laterale rappresenta la porzione centrale del deltoide e laterale della figura umana, le spalline

per intenderci. E' la parte che indica le spalle. L'inserzione superiore è rappresentata dall'acromion e

quell'inferiore dalla zona laterale superiore dell'omero.


ALLENAMENTO:
Per l'allenamento dei deltoidi laterali è facile commettere errori per svariati motivi.


La sua azione è quella d'abdurre l'omero da 0 a 90°, sollevare il braccio lateralmente da 0 a 90°.


L'angolo retto non è casuale. Esiste un blocco articolare ai 90° d'abduzione rappresentato dalla

sporgenza del trochite sul bordo superiore della glenoide. Se non intervenissero altre catene

muscolari una maggiore abduzione lusserebbe la spalla.


E' importantissimo comprendere questo passaggio per non commettere l'errore di elevare il cingolo

scapolare allo scopo di aiutare il movimento di alzate laterali. Spesso questo avviene. L'effetto di

questo diffusissimo errore è un tono accentuato dei trapezi, muscoli antiestetici per eccellenza in un

corpo femminile e risultati deludenti per i deltoidi laterali.

NELL'ESERCIZIO DI ALZATE LATERALI, NON ABDUCETE (allontanate) IL BRACCIO DAL TRONCO OLTRE

I 90°.
Spesso un carico eccessivo ed uno scarso controllo durante l'esecuzione di quest'esercizio implicano

una sinergia dei trapezi superiori ancora prima che l'abduzione raggiunga i 90°, per questo motivo:


OSSERVATE IL VOSTRO MOVIMENTO ALLO SPECCHIO E FATE ATTENZIONE A NON ELEVARE IN MO
DO

SIGNIFICATIVO IL CINGOLO SCAPOLARE (ALZARE LE SPALLE) DURANTE IL MOVIMENTO DI


ABDUZIONE. ALL'OCCORRENZA DIMINUITE IL CARICO DEI MANUBRI FINO AI MINIMI TERMINI.

Una seconda insidia è rappresentata dall'estrarotazione dell'omero.


Abbiamo affermato che l'inserzione inferiore è rappresentata dalla zona laterale superiore dell'omero.

(osso del braccio).


Se rotiamo quest'osso, nella fattispecie estrarotiamo, (immaginate di usare un cacciavite a braccio

esteso), spostiamo il punto d'inserzione inferiore all'indietro, modificando tutti i vettori di resistenza

alla stimolazione prodotta.


E' il caso di tutti i movimenti di spinta in verticale: lento dietro, lento avanti, lento al multy power ecc.


Tutti questi esercizi sono realizzati in abduzione superiore a 90° e su un piano non adatto alla più

corretta linea assiale di spostamento. Mi spiego meglio, immaginate il deltoide laterale come un

elastico fissato su un punto fisso (acromion) e su un segmento (omero). Per avvicinare i due punti è

necessario che il segmento (omero) non ruoti sul suo asse.


E' PER QUESTI MOTIVI CHE GLI ESERCIZI A SPINTA VERTICALE (lento avanti, lento dietro, lento con

manubri ecc.) NON SONO UTILI A STIMOLARE ADEGUATAMENTE IL DELTOIDE LATERALE.


CARICANO LA COLONNA E STIMOLANO IL TRAPEZIO SUPERIORE, DISTRETTO MUSCOLARE "ODIATO" DAL PUBBLICO FEMMINILE.


Ultima analisi di questo apparentemente facile esercizio, riguarda l'esecuzione del movimento in

relazione alla sinergia del trapezio centrale, per la chiusura dell'articolazione SCAPOLO-TORACICA.


IMPUGNATE DUE MANUBRI, ELEVATELI LATERALMENTE DI POCHI GRADI (30/40) E

CONTEMPORANEAMENTE PORTATE LE SPALLE ALL'INDIETRO (posizione sull'attenti dei militari). E'

QUANTO NON DOVETE FARE.


PER ISOLARE IL DELTOIDE LATERALE E' NECESSARIO LIMITARE TUTTE LE POSSIBILI SINERGIE.


OSSERVATEVI ALLO SPECCHIO, ESEGUITE L'ESERCIZIO E CONCENTRATEVI SULLO SPICCHIO DEL DELTOIDE LATERALE.
ALZATE LE BRACCIA LATERALMENTE FINO A 90° IN MODO "PERFETTO".


NON AIUTATEVI CON LA STERNO-CLAVICOLARE ALZANDO LE SPALLE.


NON AIUTATEVI CON LA SCAPOLO-TORACICA PORTANDO LE SPALLE INDIETRO.


LATERALMENTE IL BRACCIO CHE SI MUOVE (omero) DOVRA' ESSERE IN ASSE CON LE FIBRE DEL DELTOIDE LATERALE.


VI CONSIGLIO LA PRIMA VOLTA L'ASSISTENZA DI UN PERSONAL TRAINER IN GRADO DI

CORREGGERVI SULLA BASE DELLE VOSTRE UNICHE CARATTERISTICHE ARTICOLARI E STRUTTURALI.


IL MOVIMENTO NON E' UGUALE PER TUTTI!


La nostra è un'attività sportiva unica nel suo genere. Noi utilizziamo strumentazioni esterne per

ottenere modificazioni interne.


Ci comportiamo come uno scultore che aggiunge materia dove i suoi occhi vedono la realtà invisibile

che si compie per effetto della sua creatività.


In tutte le attività sportive tradizionali succede il contrario. Il soggetto è la prestazione fine a se stessa,

mentre il corpo umano è uno strumento per produrla.


Attraverso questa filosofia, usiamo strumenti in palestra consapevolmente, con un progetto preciso.

Non spostiamo semplicemente dei pesi.

Il fascio posteriore:


Avete notato che gli atleti con una scarsa mobilità articolare della Scapolo-Toracica (difficoltà a

portare le spalle indietro), presentano deltoidi posteriori piuttosto tonici?

Il deltoide posteriore s'inserisce superiormente a livello del bordo superiore della spina della scapola.

Per il suo accorciamento è indispensabile che la scapola non si muova.

Gli esercizi utili alla sua stimolazione sono tutti quelli in cui l'omero (braccio) si avvicina alla scapola in

asse con le fibre del deltoide posteriore.


Alzate a 90°, alzate con il trono inclinato in avanti con appoggio su panca inclinata, Pulley con barra

dritta ecc.

INDIPENDENTEMENTE DAGLI ESERCIZI SELEZIONATI, CHE TERRANNO CONTO DELLE TIPOLOGIE

STRUTTURALI ED ARTICOLARI, L'ACCORGIMENTO FISIOLOGICO FONDAMENTALE E' DI NON ROTARE

LE SCAPOLE VERSO LA COLONNA PER EFFETTO DELLA CONTRAZIONE DEL TRAPEZIO CENTRALE.


I CARICHI DOVRANNO ESSERE MODERATI, IL DELTOIDE POSTERIORE E' UN MUSCOLO PICCOLO CHE

AGISCE SU UN BRACCIO DI LEVA SVANTAGGIOSO.

 


IL MONCONE DELLA SPALLA NON DEVE PASSARE DALL'ANTEPOSIZIONE (spalle avanti) ALLA RETRO

POSIZIONE (spalle indietro), DURANTE L'ESECUZIONE DEGLI ESERCIZI. ESECUZIONE CHE PREVEDE

L'AVVICINAMENTO DELL'OMERO ALLA SCAPOLA IN ASSE CON LE FIBRE DEL DELTOIDE POSTERIORE.

ALCUNI ESERCIZI PER UNA BUONA FUNZIONALITA’ DELLA SPALLA:


Esercizio 1: Alzate frontali alternate con manubri
Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione eretta, con le gambe leggermente divaricate, i piedi paralleli e i manubri tenuti lungo i fianchi.
Sollevare un braccio frontalmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare alla posizione di partenza e sollevare l'altro.
Continuare in alternato.


Esercizio 2: Alzate laterali in piedi con manubri
Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione eretta, con le gambe leggermente divaricate, i piedi paralleli e i manubri tenuti lungo i fianchi.
Sollevare contemporaneamente le braccia lateralmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare alla posizione di partenza e ripetere.


Esercizio 3: Alzate posteriori, busto a 90°, con manubri

Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione con busto a 90° e gambe divaricate, piedi paralleli e manubri tenuti davanti al busto.
Sollevare le braccia lateralmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare poi alla posizione di partenza e ripetere

 

 

 

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