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PostHeaderIcon Tecniche e Motodologia del nuoto adattato (Finp)

Da più di vent’anni in molti Paesi europei ed extraeuropei  si parla

della possibilità di adattare tutte le forme più conosciute della

motricità, dall’educazione fisica alla pratica sportiva nelle società,

allo sport agonistico:  è l’“Attività Fisica Adattata” meglio nota con la

sigla APA, dall’inglese “Adapted Physical Activity” o dal francese

“Activité Physique Adaptée”.

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L'ATTIVITÀ ACQUATICA PER CIECHI E IPOVEDENTI

Lo studio evidenzia che non ci possono essere barriere per la disabilità visiva

Introduzione

Un istruttore di nuoto "deve saper educare la persona all'acqua, deve consentirle di rag­giungere il miglior equilibrio, respirazione e propulsione nell'ambiente acquatico". Secondo Raimond Cattau, "deve saperla accompagnare, attraverso esperienze motorie ricche e stimolanti, nella sua trasformazione da terrestre a nuotatore". Ciò non cambia se la persona ha una disabili­tà fisica, sensoriale o intellettivo-relazionale. È molto importante, però, comprendere bene quale possa essere l'importanza di que­sta esperienza per la qualità della sua vita. Come tutte le attività motorie e sportive, può svolgere tre grandi funzioni: salutisti­ca, educativa, ricreativa, tecnico-sportiva promozionale e/o competitiva, analoghe a quelle delle "persone normodotate" ma che assumono valori e importanza diversi per lo sviluppo della persona.

Una prima analisi dal punto di vista generale

"Muoversi" oggi è diventato un imperativo, ed è quindi indispensabile comprendere che anche per la persona con disabilità la pratica motoria e sportiva acquista grande rilevan­za: in particolar modo per l'acquisizione di stili di vita attivi e per combattere quella sedentarietà a cui sono saldamente correlate patologie come obesità, diabete e malattie cardiovascolari.

Come ogni attività motoria o pratica sporti­va, il nuoto può essere valido strumento per lo sviluppo di potenzialità individuali, l'in­cremento di capacità specifiche e acquisizio­ne di abilità "trasversali", la valorizzazione personale e l'inclusione in contesti di vita ricchi di relazioni significative. Più in generale, lo sport assume connota- zioni diverse ma la grande sfida da cogliere è quella di far acquisire alle persone con di­sabilità la voglia di fare sport per il diverti­mento e il piacere di fare attività fisica, per soddisfare la voglia di gioco e di agonismo nonché il desiderio di condividere i mede­simi ambienti e le persone del mondo con­siderato "abile".

Lo sport è gioco istituzionalizzato, con espressioni ludiche ritualizzate, organizza­te culturalmente, finalizzate socialmente; l'agonismo è un suo connotato importante, manifestazione matura, costruttiva e creati­va dell'aggressività, necessaria all'autorea­lizzazione dell'individuo in quanto gli con­sente di conoscere i propri limiti attraverso il confronto con se stesso e con gli altri. Per vincere questa sfida è indispensabile che tutti siano consapevoli che è necessario pen­sare alla salute come a quel "ben-essere" fat­to di stili di vita sani e il più possibile attivi, ma anche di un buon rapporto con se stessi, con gli altri e con l'ambiente. Per la popolazione con disabilità, lo sport aiuta ad affermare il diritto di ogni indi­viduo, al di là dalle limitazioni personali, di esprimere attitudini, desideri e di essere inserito in una rete di rapporti non solo fa­miliari, nonché di rispondere al bisogno di normalità.

Praticare uno sport significa rispondere al "bisogno di normalità", dare risposta all'esi­genza umana di uno sviluppo e una funzio­nalità il più possibile correlate con le norma­li richieste dei normali luoghi di vita. I benefici dell'attività fisica e sportiva si de­clinano in modo diverso, a seconda del tipo di disabilità.

Le diverse caratteristiche delle attività adattate in base alle problematiche specifiche

Nella disabilità di tipo fisico, dove la perso­na ha una paralisi motoria da lesione midol­lare, molti studi internazionali (in partico­lare ricerche statunitensi e canadesi) confer­mano che le attività motorie e sportive sonoparticolarmente importanti per la fitness e l'abbassamento dei fattori di rischio cardio­vascolari; altri, come già ricordato, eviden­ziano come alti livelli di fitness consentano una elevata efficacia nelle attività quotidia­ne, altri ancora come l'allenamento fisico rivesta un ruolo importante nel processo di riabilitazione, inteso anche come reinte­grazione psicologica alla vita quotidiana a seguito di eventi patologici e/o traumatici. E importante evidenziare che un trattamen­to di supporto alla riabilitazione di pazienti con lesione midollare è la sport-terapia che, con metodiche differenti, è finalizzata a of­frire il massimo d'indipendenza possibile al soggetto traumatizzato, sia attraverso il po­tenziamento delle capacità residue sia con l'evocazione dell'attività motoria silente e il miglioramento della resistenza allo sforzo. Quando si parla di sport e riabilitazione, è doveroso citare proprio chi ha dato vita al movimento sportivo paralimpico: Sir Ludwig Guttmann, direttore del centro di riabilitazione motoria a Stokmandeville in Gran Bretagna che, nel 1944, affiancò alle tradizionali cure mediche programmi specifici di attività sportiva che riuscivano a promuovere la collaborazione attiva della persona come chiave di successo per: la buo­na riuscita della terapia, la prevenzione di alcune conseguenze della lesione (piaghe da decubito, patologie urinarie, affezioni respi­ratorie, demotivazione, depressione) e uno stile di vita più attivo.

Per le persone con lesione midollare, le atti­vità motorie e lo sport, oltre ad avere effetti benefici sul fisico attraverso lo sviluppo del­la muscolatura, la funzionalità cardiocirco­latoria e la prevenzione di fattori di rischio (ipertensione, obesità ecc.) ne promuovono l'empowerment, aspetto fondamentale per il raggiungimento dell'autonomia, l'inclu sione sociale e il perseguimento di una buo­na qualità di vita.

Inoltre, la pratica sportiva agonistica, stimo­la la volontà, l'impegno a conseguire i pro­pri obiettivi, alimenta lo spirito del "supera­re gli ostacoli" non solo sul campo di gioco ma nel reinserimento sociale e nella vita di tutti i giorni.

Lo sport nel mondo della disabilità, è passa­to dall'essere una pratica necessaria e auspi­cabile per il mantenimento fisico a uno stra­ordinario strumento d'inclusione sociale. Nella disabilità intellettivo relazionale, si deve innanzitutto segnalare come ancora troppo spesso, nei programmi educativi ri­volti alle persone con disabilità la dimensio­ne del tempo libero viene trascurata. Infatti, per garantire loro un soddisfacente livello di benessere, si ritengono più urgenti proble­matiche quali: riabilitazione, scuola, inseri­mento lavorativo.

Questo approccio relega in un ruolo secon­dario le attività ricreative e sportive limitan­do di conseguenza l'integrazione sociale delle persone con disabilità solamente a una serie ristretta di ambiti pubblici istituzionali: Scuola, Lavoro ed ambienti riabilitativi, sono sicuramente importanti ma parziali se non inseriti in una visione sistemica ed ecologica della vita, che veda tutti parimenti importan­ti: la cultura, il lavoro, la socialità, lo svago e le aspirazioni/aspettative personali. E opportuno collocare il problema del tem­po libero al centro di qualsiasi progetto di formazione e d'integrazione delle persone con disabilità[1]. La ragione di ciò risiede nell'accezione di tempo libero come stru­mento di socializzazione e di sviluppo della personalità in tutte le sue dimensioni: co­gnitiva, affettiva, comportamentale. La maggior parte delle persone con disabi­lità intellettivo-relazionale non è in grado di fruire in maniera autonoma e creativa del proprio tempo libero. Si genera così una situazione per cui questi soggetti finiscono con l'avere molto più tempo libero rispetto agli individui "normali"; ma minori occasio­ni e capacità per usufruirne autonomamen­te e in modo creativo.

Ciò, oltre a rilevare la necessità di includere l'insegnamento abilità specifiche per il tem­po libero nel programma educativo, rende ancor più evidente l'importanza delle atti­vità motorie e dello sport come strumenti ricreativi di grande efficacia.

Gli aspetti relativi ad una deprivazione sensoriale che trae particolari vantaggi dalle attività acquatiche e che va analizzata nelle sue differenti forme ed opportunità

Nella disabilità visiva, lo sport è strumen­to fondamentale per contrastare gli incon­venienti di una vita troppo sedentaria e gli stereotipi comportamentali tipici delle per­sone non vedenti:

  • Il confronto con gli altri, e la necessità di instaurare un rapporto inter-personale basato sulla reciproca stima e fiducia, aiuta a superare quello che viene defi­nito come "ciechismo di relazione" che è quell'atteggiamento di diffi-denza, timi­dezza, scontrosità e, talvolta, di chiusura verso chi vede;
  • l'abilità di muoversi nello spazio, data dalla pratica sportiva, aiuta a vincere esi­tazioni, incertezze e timori, e a superare il "ciechismo spaziale", che consiste nel modo di camminare esitante e a piccoli passi, o nella gestualità caratterizzata da movimenti delle braccia trattenuti entro distanze minime rispetto al proprio cor­po, tipici di chi tende a vivere lo spazio come "l'ignoto" in quanto non diret­tamente conoscibile con i sensi residui. L'udito e il tatto aiutano entro un picco­lo raggio e consentono di acquisire infor­mazioni settoriali e incomplete;
  • acquistare fiducia in sé stessi, concen­trando la propria attenzione non su ciò che non si è in grado di fare, bensì su tutto ciò che si riesce ugualmente a fare, aiuta a superare il "ciechismo psicologi­co": sensi di insicurezza, sfiducia, e sco­raggiamento che portano alla passività e all'isolamento;
  • abituarsi a fatiche e sofferenze non im­poste "dal fato", ma scelte e accettate per conseguire migliori risultati, e la consape­volezza di limiti fisiologici comuni a tutti gli esseri umani e non patologici, aiutano a superare il "ciechismo comportamenta­le': atteggiamento masochistico e, talora, di sterile revanscismo verso la vita e il pros­

simo, che porta a esibire ed esaltare quei limiti, quasi in segno di sfida. Dopo questa breve introduzione, si ritiene opportuno dare informazioni più specifiche in riferimento alle diverse disabilità visive, affinché ogni istruttore abbia le coordinate necessarie a orientare in modo adeguato sia l'approccio iniziale, che la successiva rela­zione didattica ed educativa.

Disabilità visiva: ciechi e ipovedenti

Sembra impossibile, per chi la vista ce l'ha, che una persona che ne è priva possa giocare a calcio, tirare con l'arco, sciare, fare attività subacquee; ma impossibile non è! Adattando ambiente e attrezzi, anche ipove­denti e non vedenti possono praticare disci­pline quali: sci di discesa, e di fondo, atle­tica, judo, taekwondo, arrampicata, golf, tiro con 1' arco, vela, la subacquea, canot­taggio e canoa, calcio a 5, baseball, cricket.

Forse non tutti sanno che....

Prima di addentrarci nelle indicazioni più squisitamente tecniche e utilizzando il titolo di una rubrica di un settimanale famoso di enigmistica, si ritiene importante far conosce­re alcune delle attività sportive o hobbistiche che le persone con deficit della vista praticano, perché è fondamentale sapere che le possibili­tà di adattamento dell'uomo, ma anche le sue aspettative, i suoi desideri, le sue motivazioni, sono talvolta veramente impensabili, e vanno ben oltre una mancanza di "senso".

Subacquea per non vedenti

Il tatto consente di esplorare rocce, coralli, conchiglie, spugne e alghe dalle e persino alcune specie di pesci. Apparecchi di comu­nicazione subacquea a ultrasuoni tengono in costante contatto il non vedente ed il suo istruttore-guida, che fornisce le informazio­ni visive e descrizioni su ambiente e aspetto e colori degli oggetti. Esistono percorsi per l'autonomia sott'acqua anche per sub non vedenti, con cime e cartelli che segnalano quanto si trova sul fondo, con immagine e traduzione della didascalia in Braille, il si­stema di scrittura e lettura per i non vedenti, fatto da puntini in rilievo.

Attività estreme

Nel paracadutismo e il parapendio il non vedente o ipovedente agisce in coppia con l'istruttore, a cui si affida completamente. La partecipazione, sostanzialmente emo­zionale, è data dal superamento della paura del vuoto, peraltro solo immaginato, e dalla sensazione di libertà data dal volo. Gli sport motoristici praticabili da chi non vede ri­chiedono un'estrema capacità di concen­trazione e un'intensa applicazione mentale. Nel Rally automobilistico il disabile visivo ha il ruolo di navigatore, e deve dare al pilota, in modo preciso e tempisticamente adeguato, indicazioni sullo stato del fondo stradale e sulla direzione e raggio delle curve leggendo il "road book": il quaderno di appunti ricavati durante le prove e scritti in caratteri ingrandi­ti per gli ipovedenti o in braille per i ciechi. In Italia, una ventina i praticanti che hanno un brevetto nell'ambito del progetto MITE, acronimo di "insieme" in quattro lingue eu­ropee, del 2000, che prevede la partecipazio­ne a rally di regolarità e sprint di equipaggi con navigatore non vedente. Wagner, pilota non vedente dalla nascita, ha stabilito il re­cord mondiale di velocità a bordo di una Maserati Gran Sport, sul rettilineo della pista di volo di Mafeking in Sudafrica, superando di ben 36 km/h il precedente record di 233 km/h ottenuto nel 2003 dall'inglese Mike Newman su Jaguar XRJ 4.2. Il pilota, è stato aiutato dalle indicazioni del suo navigatore, che gli ha fornito i dati di accelerazione, tramite un codice preceden­temente concordato.

Il pilota ha devoluto i fondi raccolti a favore dell'associazione sudafricana per l'integra­zione dei non vedenti nell'economia e nelle attività sociali.

Pilotaggio di piccoli aerei da turismo

con secondo pilota vedente, per il controllo dei parametri del motore e porre rimedio a eventuali interferenze in volo, e l'ausilio di strumenti con risposta acustica.

Cieco o non vedente?

Una persona che non ci vede si chiama cieco o non vedente?Definire i ciechi "visuolesi", sta nella logica di ritenere che utilizzare delle perifrasi possa ren­dere meno pesante la realtà, ma le parole non possono modificare la sostanza delle cose: cie­chi e non vedenti sono sinonimi, e si possono usare indifferentemente. Quello che conta è il tono con cui la si dice, da cui traspare inequi­vocabilmente l'atteggiamento di chi parla nei confronti della persona cieca. Chi vede, tal­volta, prova disagio nel relazionarsi con loro, a causa di opinioni errate, ansie sociali, cattive      abitudini o assunzioni erronee: per esempio quella che i ciechi presentino sempre altre disabilità o che, viceversa, proprio in ragione di quella, che siano persone assolutamente ec­cezionali. Vista l'importanza di assumere un comportamento adeguato, verranno fornite alcune semplici indicazioni generali. In que­sto lavoro si fa riferimento a una persona, non vedente o ipovedente, di età sostanzialmente adulta. Sarebbe risultato alquanto complesso, inserire contestualmente riferimenti specifici a bambini, data la diversità di approccio e di tec­niche dovute alla specificità dei loro processi di sviluppo psicomotorio e cognitivo.

Quando s'incontra una persona non vedente per la prima volta:

  • è bene pensare che si è di fronte a una persona che ha qualche difficoltà in più nell'esplorare la realtà circostante. Se sentite di doverlo aiutare, avvicinatevi con garbo: se si trova in difficoltà non rifiuterà il vostro aiuto. Se dovesse rifiu­tarlo, non abbiatevene a male: tra i cie­chi, come tra tutte le persone del mon­do, ci sono quelli più socievoli e quelli più solitari!
  • informare della propria presenza e quan­do ci si accomiata;
  • porre attenzione ai rumori: se il silenzio corrisponde al buio totale per un non vedente, il troppo rumore rende difficile l'orientamento e la conoscenza dell'am­biente circostante;

usare un linguaggio essenziale, evitando di essere prolissi;

utilizzare termini chiari usando, anche le parole legate al seno della vista; fornire indicazioni precise: non "là" "su" "giù" ma, destra, sinistra, in alto, in basso; chiedere sempre alla persona se e quanto sia in grado di vedere; chiedere in che modo vuole essere aiutato; evitare di essere troppo solleciti o pro­tettivi: devono poter fare sbagli come gli altri;

rispettare l'individualità: le qualità e le caratteristiche del cieco sono infatti pret­tamente personali come lo sono quelle dei vedenti;

  • se ci si sente a disagio vicino ad un cieco, ammetterlo apertamente: nessuno dei due trarrebbe vantaggio da un imbaraz­zato silenzio;
  • parlare con un tono normale di voce;
    • se si parla, qualsiasi sia l'argomento, con una persona cieca, rivolgersi diret­tamente all'interessato e non al compa­gno vedente.

Accortezze nell'interazione con la persona non vedente:

  • nell'accompagnarla, offrirgli il braccio e camminare appena un poco più avanti di lui;
  • non prenderla mai per il braccio spingen­dola avanti;
  • camminare con un passo normale, come si farebbe con qualsiasi altra persona;
  • quando ci si accomiata, lungo il percorso fornirgli indicazioni esatte circa il luogo e la direzione in cui si trova e la direzione verso cui è rivolto;
  • entrare per primi dalle porte, spiegando, se necessario, in che modo si apre il bat­tente; spostate leggermente il braccio die­tro la schiena se l'entrata è stretta, per evi­tare incidenti alla persona accompagnata;

■ entrando in un ambiente, spogliatoio, bar, ufficio, ecc., dare una descrizione di massima dell'ambiente, avvertendo circa le precedenze e le eventuali modalità del servizio.

Disabilità visiva

E bene chiarire che le persone possano avere un deficit visivo dalla nascita oppure acqui­sto nel tempo, e possono essere: non vedenti assoluti o ipovedenti. Cecità

Si dice cieca una persona con residuo visivo pari a zero in entrambi gli occhi anche con eventuale correzione. La disabilità visiva to­tale, congenita o insorta nei primi mesi di vita, ha implicazioni rilevanti sulla l'elabora­zione cognitiva dello spazio, determinando la riduzione della motivazione all'esplorazione dell'ambiente2, e dei ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio3 con difficoltà di orien­tamento nello spazio e nell'acquisizione dell'autonomia. Lo stato di cecità o ipovisio ne grave inibisce il movimento e limita l'atti­vità esplorativa; ciò ritarda la formazione di rappresentazioni spaziali dell'ambiente e ral­lenta il raggiungimento di alcune tappe dello sviluppo sensomotorio.

Ipovedente

Vedremo ora in cosa può consistere il resi­duo visivo e come e cosa può vedere la per­sona ipovedente.

Visione periferica

La persona vede una macchia centrale, ma ha una buona visione periferica. Gli oggetti vengono visti in modo distorto, i colori alte­rati oppure vi è una zona scura nel mezzo del campo visivo. Nello sport è più facile lavora­re con un'ipovisione di tipo centrale.

Visione centrale

Il punto focale è centrato nel mezzo del cam- ■. po visivo e la persona colpita non ha nessuna visione di quanto si trova ai bordi.

Perdita parziale del campo visivo

Il campo visivo è ridotto in alcuni punti cie­chi, dei "buchi neri" in cui manca qualsiasi tipo di visione.

L'insegnamento del nuoto

Come si è già brevemente illustrato in pre­cedenza, le persone con disabilità visiva possono avere dall'attività fisica lo stesso piacere che ne traggono quelle vedenti. In acqua, poi, trovano occasioni di sviluppo della capacità di orientamento, agevolati dal mezzo che stimola i loro propriocettori e i recettori tattili di tutto il corpo. Chi ha una cecità acquisita, e che generalmente riduce sensibilmente l'attività personale per timore di perdere il possesso dello spazio, trova nel­la piscina un ambiente favorevole perché:

  • circoscritto: dove deve tenere sotto controllo un numero limitato di fattori spaziali;
  • protetto : l'acqua attutisce gli impatti. Questa sensazione rassicurante favorisce la curiosità e la voglia di sperimentare ; è impor­tante ricordare che la mancanza di feedback visivo gli impedisce di cogliere e rispondere in modo immediato ed automatico ad un ostacolo, e l'intero organismo sviluppa una maggiore vigilanza (un arousal più elevato)

che, entro limiti ragionevoli, è certamente benefica, ma un eccessivo livello di attivazio­ne dell'ansia tende ad innescare comporta­menti di evitamento, e di rinuncia. L'ambiente piscina, con le corsie ben deli­mitate, è particolarmente adatto, ma per partecipare con successo all'attività le per­sone non vedenti hanno però bisogno di al­cuni accorgimenti, come dei segnali acustici o delle persone vedenti che diano i segnali necessari.

Per il nuoto, l'unico adattamento è la segna­lazione con un tocco alla testa o sulla spalla, con un tapper, bastone con all'estremità una spugna, la fine della vasca e il momento per effettuare la virata.

E fondamentale farlo familiarizzare con l'ambiente piscina e l'area relativa: se ha un buon grado di autonomia potrebbe prefe­rire fare l'esplorazione per conto proprio, altrimenti l'istruttore lo accompagna a fare un giro di perlustrazione per apprendere, attraverso il tatto e l'udito, le caratteristiche essenziali di: bordo della piscina con bloc­chi e scalette, spogliatoi, segreteria, corridoi e scale, in pratica tutti gli ambienti che si troverà a percorrere. E opportuno ridurre al minimo rumori estranei e ostacoli pericolo­si, soprattutto se temporanei. È importan­te far prestare attenzione per far ricordare ostacoli o pericoli, o la disposizione di cor­ridoi o stanze.

Per esempio: "per imboccare l'uscita verso la vasca dallo spogliatoio, occorre girare a de­stra appena uscito dalla porta coi basculanti, prendere il secondo corridoio ancora a destra e che durante questo percorso vi è una peri­colosa sporgenza all'altezza del viso subito dopo il termosifone". Tutto questo deve esse­re fatto presente anche per il ritorno, perché non sempre c'è chi accompagna, e se c'è, può essere non preparato a farlo o distratto.

Il rapporto con l'istruttore

È determinante ai fini dell'apprendimento il rapporto che si instaura con l'istruttore. La persona non vedente è, per natura, dif­fidente e deve decidere se fidarsi o no della persona che ha di fronte. Per farlo non ha la possibilità di utilizzare tutte quelle infor­mazioni che provengono dal canale visivo. Poiché la connotazione emozionale di pia­cevolezza-spiacevolezza di una relazione o di un ambiente, e la motivazione al lavoro sono correlati alla qualità e quantità del vis­suto emozionale contestuale o conseguenti all'esperienza fatta, è fondamentale evitare vissuti dolorosi che potrebbero connotare negativamente l'esperienza e la fiducia nel proprio istruttore. Dobbiamo aver presen­te che anche solo lo sfiorare con il viso una foglia di una pianta dell'atrio della piscina, provoca una immediata reazione di allarme poiché la persona che non vede non capisce cosa ha urtato con una parte molto delica­ta del suo corpo e spesso soggetta a colpi inaspettati. Un altro esempio molto chiaro sull'uso del tapper. una semplice distrazione può comportare un forte impatto della testa contro la parete della piscina. Con quale sta­to d'animo l'allievo non vedente affronterà la vasca successiva?

Modalità di apprendimento

L'utilizzazione esclusiva o prevalente dell'u­dito e del tatto per rapportarsi al mondo esterno comporta una modalità di appren­dimento di tipo analitico. Bisogna avere pre­sente che tutto il suo sapere e le rappresen razioni mentali vengono costruiti in questo modo, la sintesi è impossibile: il cieco non può abbracciare con un "colpo d'occhio" la situazione che sta affrontando e deve ac­quisire gli elementi in modo analitico, in sequenza temporale, ritmica.

Indicazioni per l'insegnamento

Poiché la persona non vedente si basa su af- ferenze acustiche, tattili, cinestetiche e pro- priocettive, devono essere rafforzati i segnali verbali dell'istruttore che devono essere: chiari, concisi e dettagliati. La spiegazione può essere aiutata da afferenze tattili, dispo­nendo il corpo e gli arti del soggetto nella po­sizione desiderata, o f acendosi toccare nella posizione spiegata o durante l'esecuzione del gesto da correggere o far apprendere. Si può facilitare la comprensione dei compiti gui­dandogli la mano o mantenendo il contatto corporeo durante la dimostrazione.

Allenamento nuoto

Per il nuoto agonistico, le tecniche e i metodi di allenamento corrispondono a quelli usati dagli atleti così detti "normali". Quando consideriamo l'approccio al nuo­to e l'adattamento all'ambiente acquatico, è importante ricordare che, a partire dagli anni '70, è stato adottato un metodo a livello internazionale che ha dato ottimi risultati.

Basato su dieci punti, fu sviluppato da James Mamillen a Londra dal 1949, chiamato me­todo Halliwick, aiutava le persone a sentirsi a proprio agio nell'acqua, acquisendo abilità come l'equilibrio. Il programma permette di diventare indipendenti in acqua attraverso tre concetti chiave: preparazione mentale, controllo dell'equilibrio e movimento. Si può applicare a tutti, con particolari vantaggi per coloro che hanno difficoltà fisiche o di ap­prendimento.

Senza l'ausilio di galleggianti/salvagente e basandosi sul lavoro di gruppo, questo me­todo segue dieci fasi nell'apprendimento:

1.

Regolazione mentale

2.

Svincolamento/sganciamento

3.

Rotazione verticale

4.

Rotazione laterale

5.

Rotazione combinata

6.

Spinta verso l'alto

7.

Equilibrio da fermi

8.         Scivolamento

9.

Progressione semplice

10.

Bracciata base

La preparazione mentale del nuotatore con­siste in parte nell'apprendere a reagire in maniera flessibile a diversi ambienti o com­piti - e acquisire la capacità di rispondere in maniera automatica. Il controllo dell'equili­brio in acqua consiste nella capacità di man­tenere cambiare la posizione in acqua in modo controllato, acquisendo gradualmen­te un buon livello di equilibrio cosi da non fare movimenti inutili. E il movimento in quanto tale è una forma di organizzazione mentale e controllo del corpo[1].

Conclusioni

A conclusione di questa prima parte del la­voro, si spera di aver concretamente contri­buito a far capire quanto la capacità di adat­tamento dell'uomo consenta di superare si­tuazioni difficili e quanto le sue motivazioni gli consentano di compiere imprese ritenute impossibili. E importante sottolineare che, per le persone con disabilità, la quotidianità è ancora piena di situazioni di disagio, più o meno direttamente disabilità-correlate, e diventare nuotatore agonista, ma anche solo imparare a nuotare, li aiuta ad assumere un atteggiamento "vincente", psicologicamente adeguato a fronteggiare la continua com­petizione con se stessi e gli altri cui la vita li obbliga, favorendo lo sviluppo e il con­solidamento della resilienza-, la capacità di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Come dice il prover­bio: " Un vincente trova sempre una strada, un perdente trova sempre una scusa".

 

[1] Informazioni sul metodo Halliwick sono di­sponibili sul sito dell'Halliwick Association of Swimming Therapy in Regno Unito: http:// www.halliwick.org.uk